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Diego Scuratone

        

       "Pittore di edifici". Così, se volessimo usare un'espressione sintetica, definiremmo l'opera di  Diego Scursatone. L'artista, classe 1975, si forma presso l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. La sua prima produzione è di carattere figurativo: personaggi deformati e senza tempo, maturati in un'inquietudine interiore di rara intensità.
        La svolta arriva durante un periodo di permanenza in Finlandia, da dove ha anche la possibilità di visitare i luoghi del Nord Europa. «Il Nord Europa è ormai una patria putativa per me», ci dice con innocente orgoglio. Influenzato dai climi freddi, dai paesaggi desolati e intrisi di fiabesca malinconia, e non tradendo l'inquieto bisogno di sottrarsi al tempo, Diego Scursatone si dedica esclusivamente a ritrarre gli edifici che incontra nei suoi viaggi. La sospensione in cui sembrano vivere le case, con la loro estenuata presenza, rimanda a una metafisica dei luoghi, tanto cara a chi guarda con occhio d'artista la nostra amata Torino. Sembra di vedere la materializzazione di un lugubre edificio uscito da un racconto di H. P. Lovecraft o un tributo a quelle case di provincia che rimandano al cinema padano di Pupi Avati. È comunque il viaggio il tema fondante l'opera dello Scursatone. Quell'andare che è allegoria dell'umana vicenda. Dai luoghi della propria anima alla realtà del mondo esteriore; dalla familiare ma sempre magica Torino, fino agli estremi paesaggi della tragica Europa. «I viaggi  - afferma il pittore - per me rappresentano una fonte vitale e irrinunciabile di ispirazione per la mia poetica. Non è ancora successo, e forse mai accadrà, che un viaggio non mi lasci un significativo strascico di memorie visive e culturali. Riesco sempre a trovare delle immagini adatte a continuare quel filo invisibile che unisce i miei quadri». L'errare dell'artista lascia traccia anche nei titoli delle sue mostre: "Passaggio a Est", "Frontiere", "Crocevia".

        Successivamente, la seconda svolta. Cambia il taglio dell'immagine, il particolare si fa più pressante, virano le prospettive. L'artista introduce nei suoi quadri le automobili, ma nega la presenza umana. L'uomo sembra "aleggiare in spirito", si rimanda a un altrove. «Il contesto urbano viene rappresentato come un set cinematografico semideserto e dalle tinte volutamente surreali». La pittura assume così una forza terrifica, si rinnova la dialettica tra terra e cielo, tra evento atmosferico ed edificio. I contorni svaporano, le luci brillano offuscate. E, in basso, il supporto materico, la nuda terra da cui si origina la pittura spesso vortica convulsamente. Sembra che l'inquietudine di un tempo si sia volta nel misterioso coraggio di mostrare una sintesi delle forze celesti e terrestri. Spirito e materia, umano e divino. (Antonio Dall'Igna)       

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